venerdì 10 dicembre 2021

MANICOMIO

Oggi è il mio primo giorno di lavoro.
Nonna mi ha inamidato la divisa.
Era la sua.
Puzza di canfora e muffa.
Col mio primo stipendio me ne comprerò una nuova.
50 lire.
Il tanfo mi accompagna mentre abbasso la maniglia, ma quello che trovo al di là della porta è peggiore del mio odore. Piscio, escrementi, rigurgiti.
La tentazione di voltarmi e scappare via è forte, ma non quanto il bisogno di soldi.
Sei in un angolo, dipinta quasi al muro, grigia come la parete a cui sei incollata.
Agganci subito i miei occhi che, diritti, ho su di te appoggiato.
Mi raggela il tuo sguardo.
L’urlo mi fa sobbalzare.Tu ridi.
Scomposta, spettinata. Ridi.
Non hai paura. Tu.
Io tremo. Nessuno mi aveva preparata.
Non i libri, non i medici che mi dicevano:
“Sono solo pazze”.
Allunghi la mano.
Arretro.
Tu avanzi.
Mi sfiori.
Ridi.
Domani non tornerò.

IL DENTINO

Piccolo amore mio,
oggi sarei dovuto venire a prenderti a scuola,
te lo avevo promesso.
Avremmo mangiato seduti sulla panchina del parco.
Pane e mortadella. Come piace a te.
Ti avrei guardato affondare i denti da latte nella rosetta croccante
e avremmo riso per quell’incisivo ballerino.
Danza.
Dondola disordinato.
Pare un’altalena scossa dal vento.
Stretto a un sottile lembo di gengiva.
Si tiene aggrappato con tutte le forze.
Non può far altro per non perdersi.
Per non arrendersi.
Dovrei trovare un gancio anch’io, lo so.
Scegliermi una gengiva di salvataggio.
Tutti credono che io sia un dente permanente.
Radicato.
Stabile.
Pensano sia rientrato al lavoro.
Si illudono che abbia portato la spesa a mamma,
che sia tornato a vivere con lei.
Ma non è così che passo i giorni.
Nuoto nell’alcool, trascinando a fondo la mia dignità.
Non trovo appigli.
La verità è che senza di te non voglio gengive.

DA QUANDO CI SEI TU

Quando mi chiamava alla lavagna, il maestro si metteva le mani nei capelli.
Sapevo che non credeva in me.
Così non mi sforzavo nemmeno di capire.
Silenzio e occhi bassi erano i miei alleati.
Ad ogni risposta muta seguiva il rumore delle frustate sulle mani.
Uno…due…tre…quattro…contavo tra risate pungenti.
A volte, serrando i denti, arrivavo con orgoglio fino a quindici, poi cedevo e chiedevo pietà.
Smisi di contare il giorno in cui mio padre mi ritirò da scuola.
Destinazione fabbrica.
Sono passati decenni.
Le rughe scavano il mio volto.
Il futuro sorride alla vita che ti attende.
Ti guardo
e contemplo le cose che abbiamo in comune.
Sono 4850 le gocce di pioggia sul vetro.
Le ho contate una ad una.
Tu mi prendi la mano tremolante.
Ad ogni goccia, la tua risata riempie ogni cosa.
Non è difficile contare da quando ci sei tu.

LA BORA

Mi trascino a fatica verso via Diaz.
La Bora mi vorrebbe altrove.
Nel vortice di gente sospinta come foglie secche,
tra burattini senza fili a cui ama ingarbugliare i pensieri,
alzo gli occhi verso la vetrina.
Lì il vento non può entrare.
La guardo camminare.
E’ bellissima.
Come il giorno in cui sua madre me la mise tra le braccia,
immeritevole di custodire quel tesoro così prezioso e a me sconosciuto.
La guardo di nuovo.
Fragile e delicata.
Forte.
Lei sa attraversare la Bora senza farsi derubare i sogni.
La dispettosa mi porta via il cappello svelando i pochi fili grigi ancora aggrappati alle rughe del mio capo stanco.
Alzo la mano cercando di attirare il suo sguardo.
“Passavo di qui” dico.
Il vento mi sposta.
Barcollo.
Ride mentre rincorro il cappello.
Fuori la Bora non perdona.
Ma io sono tranquillo.
Lì il vento non può entrare.

IL MIO LA BEMOLLE

Dura eredità essere figlio d’arte.
Rimanere nell’ombra mentre lui brilla.
Contorno sbiadito, sfocato, quasi invisibile.
Il giorno in cui mia madre mi mise al mondo
gli applausi furono per te.
A te porsero la mano per congratularsi.
Sorrisi falsi immortalati sui tabloid
coprivano il silenzio che regalasti a mamma.
Che ero una chitarra scordata
te ne sei accorto
fin dal mio primo vagito.
Non sapevo tenere il LA.
Continuamente andavo in bemolle.
Provasti ad accordarmi, a suon di ceffoni,
mentre fuori la gente venerava il tuo talento.
Per anni desiderai essere una delle corde della tua chitarra
che continuamente accarezzavi e sfioravi.
Sarei stato disposto ad essere pizzicato; persino percosso.
Ma non ero degno nemmeno del tuo disprezzo.
Ora le tue mani tremano e la tua chitarra è muta.
Si stanno spegnendo i riflettori.
Per me non si sono mai accesi.
Suono il mio LA bemolle per chi mi ascolta.

MOSTRI E RICORDI

Stanno arrivando.
Sento che si avvicinano.
Partono dalla bocca dello stomaco e mi saltellano sui polmoni.
Non è per nulla divertente.
Hanno appena preso la rincorsa ed ora si arrampicano su per la trachea.
Chiudo gli occhi e li vedo.
Hanno dita affusolate. Mi serrano la gola. Il loro ghigno mi terrorizza.
Spengo la Tv ed esco di casa.
Camminare allontana i mostri, ma avvicina gli sguardi.
Vergogna.
Le occhiate della gente mi spogliano: cappotto, maglia …persino le mutande.
Nuda.
Vergogna.
Tutti mi guardano. Mille pupille fisse sulla mia pelle.
“No …piccolina…non avere paura…sono il tuo medico. Non ti farò del male…
Avanzo a fatica.
Due bambini ridono di me.
Il loro indice puntato è un bisturi.
Corro via. Mi allontano per non sentire.
“Vieni qui…lasciati toccare”
Di nuovo quella voce.
Rientro in casa. Accendo la tv.
Oggi i mostri mi fanno meno paura dei ricordi.

LA SOTTRAZIONE

Oggi mamma è andata a scuola a parlare con la maestra.
Si è vestita con l’abito della domenica, anche se puzzava di brace.
Lo ha fatto asciugare davanti al camino tutta la notte, perché domenica, tornando dalla messa è inciampata ed è caduta nel fango. É l’unico vestito in grazia che ha, dice sempre lei. Io invece amo quando indossa il grembiule sgualcito, quello che sa di mamma.
“Ma dalla maestra non ci si presenta col grembiule.”
Ha borbottato mio padre.
Mamma ha portato il mio quaderno di aritmetica a scuola. È infuriata perché non so fare le sottrazioni.
Lei e papà l’altra sera ne hanno discusso. Papà urlava, mamma piangeva.
“Non è possibile! Sa fare le divisioni senza batter ciglio e non riesce a fare quattro meno due!”
Io volevo entrare in cucina e spiegarglielo. Ma i bambini non devono contraddire gli adulti.
Allora mi sono rigirata nel letto e ascoltavo le foglie secche scricchiolare tra le lenzuola.
Io detesto le sottrazioni. Perché dovrei togliere qualcosa dalla mia vita? A me piace aggiungere, avere un amico in più, tre sorrisi al posto di uno. Mi piace moltiplicare le risate, sommare la gioia. È bello dividere la fatica con qualcuno. Condividere un traguardo, suddividerci i compiti. Ma togliere no… non ci riesco. Se ho una manciata di sassolini stretta nella mia mano non voglio lasciarne scappare nessuno e allora stringo forte, per trattenere tutto con me. Non voglio che qualcuno si allontani da me. Non mi piace lasciar andare le persone. Nonno si era allontanato per un attimo e non è più tornato. Quando ho perso la mia biglia preferita, anche se ne mancava una sola, ecco, io mi sentivo vuota. Per questo non amo le sottrazioni.
Mamma è tornata con la coda tra le gambe.
Sperava che la maestra mi mettesse in castigo perché non so fare le sottrazioni, invece ha sgridato mamma.
“La sottrazione è l’operazione più difficile…abbiate pazienza.”
Hanno smesso di tormentarmi.
La vita, però, è maestra.
Ci pensa lei a togliere.
Imparare è doloroso. Ma mi restano pur sempre le altre tre operazioni.